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IL MIGLIOR GESTIONALE PER L'ODONTOIATRA

BLOG DI DENTO

Sfogo ortodontico

In questa società frenetica, dove si entra la mattina senza denti e si esce con le protesi fisse la sera, l’ortodontista si sente spesso stressato dai genitori che pensano che la tecnologia possa sopperire a lunghi trattamenti. Mia figlia Caterina ha appena finito le elementari e in questi anni spesso mi sono morso la lingua per non commentare l’operato di colleghi che, con ansia da prestazione, montavano attacchi su bimbi ben lontani dagli otto anni, incuranti di dove sarebbero finiti gli apici radicolari (aperti) di quei poveri dentini; in una contrapposizione tra fast tooth e slow tooth dove il buon senso e l’esperienza si frantumano davanti alla paura del giudizio dei genitori che, soprattutto se di famiglia agiata, frequentano solo gli studi di grido nei quali però il “professore” è sempre in qualche conferenza e sostituito dagli studenti, ho nascosto agli altri genitori quale fosse la mia professione per non dover dare pareri.

Purtroppo la cosa si ripete quotidianamente negli studi dove collaboro o nel mio; pazienti coscienziosamente seguiti per mesi oltre il tempo dovuto, si lamentano della lunghezza del trattamento non capendo che non è il trattamento lungo ma sono i denti che hanno il loro tempo di permuta; ormai il parere del conoscente o l’articolo in internet valgono più di lustri di esperienza e studi; Insisto nella mia posizione di ortodontista “funzionale” anche se mi è capitato di perdere un paziente solo perché il logopedista dice di non aver mai visto l’apparecchio che si sta usando su quel bambino o perché in classe gli altri non ce l’hanno uguale.

dite la vostra

Festeggiamo il 150° della diga di gomma

Riporto da Dental Tribune un post di A. Castellucci

Il 15 marzo del 1864 Il dr. Sanford Christie Barnum  di New York scriveva: «In quel tempo, quando l’idea della diga di gomma nacque nella mia mente, stavo esercitando a Monticallis, Sullivan Co., New York. Fu il risultato della mia persecuzione da parte della saliva.

Avevo passato delle ore, stanco e distratto dalla mia continua lotta contro le continue incursioni della saliva. Avevo passato numerose notti insonni ossessionato dal mio triste fallimento… con sempre la solita domanda in mente, rimasta fino ad allora senza risposta: “Come posso mantenere asciutte le cavità?”. La risposta è arrivata il 15 marzo del 1864, mentre stavo lavorando in un molare inferiore sinistro, in una bocca dove la saliva continuava a zampillare a più non posso. Preso dalla disperazione e solo per provare una nuova idea, ho fatto un buco nel mio tovagliolino protettivo e l’ho messo attorno a quel dente. E quella è diventata la diga di gomma». A quei tempi era un problema far rimanere quel foglio attorno al dente, ma le cose migliorarono pochi anni dopo, quando nel 1882 la S.S. White introdusse una pinza foradiga simile a quella che usiamo ancora oggi e nello stesso anno il dr. Delous Palmer e più tardi i dottori Stokes e Elliot introdussero un set di uncini metallici utilizzabili per i vari denti. Sono passati ben 150 anni da quel lontano giorno e se il dr. Barnum da lassù ci vede sicuramente si metterà le mani nei capelli! È infatti incredibile come, dopo così tanto tempo, si stia ancora a discutere se la diga sia necessaria in endodonzia oppure no. Certo che 150 anni fa posizionare la diga era piuttosto indaginoso, ma oggi il tutto richiede solo pochi secondi e uno strumentario minimo.

Sembra incredibile quindi come ancora oggi, a quasi due secoli di distanza e ormai nel terzo millennio, ci siano ancora colleghi che non sono convinti dell’utilità o, meglio, della necessità di questo semplicissimo foglio di gomma; e che le società scientifiche preposte alla stesura di linee guida non abbiano messo come requisito obbligatorio per l’endodonzia l’uso della diga di gomma! La Quality Assurance Guidelines dell’American Associations of Endodontists1 dice che «la sagomatura, la detersione, la disinfezione e l’otturazione di tutti i canali viene eseguita utilizzando una tecnica asettica isolando il dente con la diga di gomma ogni volta che sia possibile». Secondo il parere dell’autore, quando l’isolamento con diga non è possibile, il clinico ha due possibilità: una è renderlo possibile, e l’altra è estrarre il dente! Non esiste altra scelta.

Qualcuno si scusa dicendo che il dente è distrutto dalla carie o dal trauma e pertanto è impossibile mettere l’uncino attorno alla corona del dente. Bene, se il dente è così gravemente compromesso, il dentista ha tre possibilità: l’allungamento di corona clinica, in modo da esporre tessuto sano dove ancorare l’uncino; l’estrusione ortodontica, che porta al medesimo risultato; e infine l’estrazione. Dove oggi si appoggia l’uncino, domani ci saranno i bordi del restauro. Se il dente non è isolabile non è nemmeno restaurabile, e la strada da percorrere è una della tre sopra citate. L’unico dente da trattare senza diga è il dente talmente distrutto, che l’unico strumento che si può usare per la sua terapia deve per forza essere usato senza diga: la pinza da estrazione. Non ci devono essere scuse per il mancato uso della diga in endodonzia e la legge dovrebbe duramente punire l’odontoiatra che provoca seri danni al paziente, fino alla sua morte, per il suo mancato uso2-6. Patrick Wahl fa notare, giustamente, che negli Stati Uniti ogni causa legale è persa se viene accertato che è stato eseguito un trattamento endodontico senza utilizzare la diga di gomma7. Una controindicazione all’uso della diga di gomma può essere rappresentata dall’allergia che il paziente riferisce di avere ai costituenti chimici della gomma8,9. Sono comunque oggi disponibili sul mercato fogli di diga non contenenti lattice10, con i quali il problema dell’allergia è completamente risolto. Questa diga “no-latex” ha la stessa elasticità della diga in lattice ed è anche più resistente alla corrosione quando viene in contatto con le soluzioni usate in endodonzia, come l’ipoclorito di sodio o i solventi come il cloroformio.

Sull’uso della diga circolano strane voci, come, ad esempio, che la sua applicazione richieda molto tempo. Cragg11, a questo proposito, afferma giustamente: «la cosa che porta via più tempo, riguardo alla diga di gomma, è il cercare di convincere il dentista a usarla». Vale invece la pena spendere una decina di secondi per applicare la diga in endodonzia e migliorare così l’intero nostro trattamento. L’uso della diga in endodonzia offre i seguenti numerosi vantaggi:
1. protezione del paziente dall’ingestione6 o (peggio ancora!) dall’inalazione16 di piccoli strumenti, frammenti dentali, liquidi di lavaggio canalare, sostanze irritanti ecc.;
2. possibilità di operare in un campo chirurgico pulito;
3. retrazione (importantissima per lavorare nei settori posteriori!) e protezione dei tessuti molli (gengive, lingua, labbra e guance), che sono così al riparo anche dall’azione tagliente delle nostre frese;
4. migliore visibilità dell’area di lavoro (la pubblicità di una nota casa che produce strumentario per l’applicazione della diga dice giustamente: «Fai meglio ciò che vedi e vedi meglio ciò che fai»);
5. diminuzione dei tempi morti: il paziente, salvo eccezioni per fortuna piuttosto rare, non può conversare se non con molta difficoltà, mentre, di sicuro, non va a sciacquarsi la bocca ogni cinque minuti;
6. protezione per l’odontoiatra e l’assistente dentale contro possibili infezioni che possono essere veicolate dalla saliva del paziente12;
7. comfort per l’odontoiatra, che può lavorare più tranquillo ed eventualmente permettersi di rispondere a una telefonata importante, lasciando il paziente ben protetto sotto diga con l’assistente al suo fianco;
8. migliore sensibilità tattile durante la preparazione canalare. Senza l’uso della diga, infatti, l’operatore, consapevole del rischio di far ingerire o inalare al paziente uno strumento canalare, tiene gli strumenti endodontici in modo che non gli sfuggano dalle dita.
Lo sforzo sul manico dello strumento toglie sensibilità alle dita e impedisce che lo strumento venga usato con delicatezza. Con la diga inserita, invece, gli strumenti canalari possono essere impugnati con delicatezza, senza il timore che possano sfuggire di mano13;
9. comfort per il paziente, che non si sente la bocca invasa da mani, strumenti e liquidi.

I pazienti infatti gradiscono, in una percentuale sempre più alta, l’uso della diga, talvolta ci chiedono se sia un’invenzione nuova14 e una volta che l’hanno provata non ne vogliono più fare a meno. Questi sono i vantaggi derivati dall’uso della diga di gomma. Invito chiunque abbia ancora dei dubbi e non la usa a indicarmi anche solo un motivo che lo trattiene dall’utilizzo di questo irrinunciabile presidio e che ne giustifichi il suo mancato uso.

Grazie dr. Barnum!

Bibliografia
1. American Association Of Endodontists: Appropriateness of care and quality assurance guidelines. 3rd ed., 1998, p. 16.
2. Cameron, S.M., Whitlock, W.L., Tabor, M.S.: Foreign body aspiration in dentistry: a review. J. Am. Dent. Assoc. 127:1224, 1996.
3. Israel, H.A., Leban, S.G.: Aspiration of an endodontic instrument. J. Endod. 10:452, 1984.
4. Lambrianidis, T:, Beltes, P.: Accidental swallowing of endodontic instruments. Endo. Dent. Traumatol. 12:301, 1996.
5. Mejia, J.L., Donado, J.E., Posada, A.: Accidental swallowing of a dental clamp. J. Endod. 22:619, 1996.
6. Taintor, J.F., Biesterfeld, R.C.: A swallowed endodontic file: case report. J. Endod. 4:254, 1978.
7. Wahl, P.: Isolamento del campo e radiologia. L’Informatore Endodontico. 1(1):19, 1997.
8. Beaudry, R.J.: Prevention of rubber dam hypersensitivity. J. Endod. 10:544, 1984.
9. Dias De Andrade, E., Ranali, J., Volpato, M.C., Motta Maia De Oliveira, M.: Allergic reaction after rubber dam placement. J. Endod. 26:182, 2000.
10. Knowles, K.I., Ibarrola, J., Ludlow, M.O., Anderson, J.R., Newcomb, B.E.: Rubber latex allergy and the endodontic patient. J. Endod. 24:760, 1998.
11. Cragg, T.K.: The use of rubber dam in endodontics. J. Can. Dent. Assoc., 38:376, 1972.
12. Cochran, M.A., Miller, C.H., Sheldrake, M.A.: The efficacy of the rubber dam as a barrier to the spread of microorganisms during dental treatment. J. Am. Dent. Assoc. 119:141, 1981.
13. Lavagnoli, G.: La cavità d’accesso. Dental Cadmos, 1:17, 1984.
14. Reuter, J.F.: The isolation of teeth and the protection of the patient during endodontic treatment. Int. Endod. J., 16:173, 1983.
L’articolo è stato pubblicato sul numero 3 di Dental Tribune Italy 2014

Atto di fede

Non ho mai preteso che i pazienti facessero un atto di fede nei casi in cui trovavo disastri inaspettati nella loro bocca, 20 anni fa mi sono dotato di una telecamera Reveal della Welch Allyn dallo stratosferico prezzo di 26.000.000 di lire  (comprendeva un modulo RVG) e posso dire che mai soldi furono spesi meglio. La tecnologia era già notevole, la Welch Allyn è una ditta che costruisce endoscopi e la telecamera portava una luce fortissima in punta grazie alle fibre ottiche che trasferivano la luce da un potente faretto, questo permette ben 6 centimetri di profondità di campo!  20 anni ma non li dimostra!

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Lo scorso anno ho ripetuto la cosa nella sala dell’igienista, a mio avviso l’operatore più adatto all’uso della telecamera per spiegare al Paziente e motivarlo. L’evoluzione della tecnologia aiuta sicuramente nell’impatto ottenibile verso il Paziente, ora la telecamera, una Sopro Acteon, consente diversi ingrandimenti (fino a 105) ed è dotata di una luce diagnostica che evidenzia la demineralizzazione dello smalto, il tutto, collegato ad un Mac Mini ed ad una smart tv 42 pollici LG ha un impatto notevole sui pazienti.

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Il costo di una postazione di questo tipo è inferiore ai 4.000 euro. Far vedere i problemi ingranditi, ha come risvolto che poi il paziente vuole vedere il lavoro finito ingrandito, se non siete pronti a questo non compratela!

Spero che Paolo Gerardo ci possa relazionare sulla sua nuova telecamera Kavo, vedremo poi se aprire un forum su questo argomento.

Germano

Etica

Quante volte si sente parlare di etica. Spesso leggendo articoli sui quotidiani sembra che chi vien meno all’etica sia sempre un medico od un operatore sanitario. Siamo continuamente controllati ed additati per comportamenti non etici, ma l’etica non è una nostra prerogativa, riguarda tutti. La prima etica da seguire è quella personale, se c’è quella, automaticamente si segue un comportamento etico nella professione e nella vita in genere. Chi ha modo di occuparsi di informazione, a mio parere deve avere un forte senso etico, ha la responsabilità di influenzare il comportamento delle persone. Riporto un articolo della rivista Starbene:

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chi scrive su una rivista, soprattutto se parla di salute, sa che con un articolo si influenza il giudizio delle persone. Se una notizia compare su di un giornale,  la notizia viene avvalorata dalla pubblicazione, perciò deve essere eticamente corretta. Leggendo alcune frasi di questo articolo, in un momento nel quale l’equazione dentista = shampista è sempre più avvertita, non si fa del bene alla categoria. Se si scrive: “L’odontoiatra tradizionale si limita, troppo spesso, a interventi di tipo riparativo. In caso di carie certi dentisti passano subito all’otturazione senza domandarsi cosa si può fare per prevenirle e perché si manifestano spesso”. In caso di carie, cari scriventi, si ottura per forza, la prevenzione, come dice la parola, la si fa prima, i dentisti la insegnano sempre, e scrivere: certi dentisti scredita tutta la categoria visto che non identifica un colpevole. Dato che chi scrive in quell’articolo si avvale del titolo di Professore, un ripassino sulla deontologia non sarebbe fuori luogo. Ma ecco che poi si passa alla premessa per la vendita del rimedio favoloso per la carie, la calvizie, i calli ed il fuoco di Sant’Antonio: identificare un preciso identikit delle proprie caratteristiche psicofisiche:

Sei Carbonica?  Sei Sulfurica?  Sei Fosforica?  Sei Fluorica?

Vi lascio alla lettura dell’articolo, nel mentre io vado a grattare dei gusci d’ostrica per preparare delle pastiglie per il primo paziente che domani mi chiederà un parere sulla prevenzione con Calcarea Carbonica, non vorrei essere impreparato.

Che mondo